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lunedì 7 novembre 2016

Leonard Cohen (Montréal, 21 settembre 1934 – Los Angeles, 7 novembre 2016)

Dal Magazine IL avevo letto il 20 Ottobre questo articolo "Abbiamo rischiato di non ascoltare You Want It Darker, l’ultimo album che il cantautore canadese aveva deciso di accantonare. Il figlio Adam e la marijuana terapeutica l’hanno convinto a terminare il progetto Se proprio si deve cantare «la grande, inevitabile sconfitta che ci aspetta», se si deve fare una cosa assurda come mettere la vecchiaia e la morte in una canzone pop, che lo si faccia almeno «entro i confini della dignità e della bellezza». Sta qui il senso del nuovo album di Leonard Cohen You Want It Darker, una meditazione su Dio, sul dolore, sul sesso, sull’amore e sulla morte che mette assieme l’intensità dell’opera prima e la gravità del canto del cigno. Quando s’è trattato di rifinire la canzone che dà il titolo al disco, Cohen ha scelto uno dei suoni più cari che conserva nella memoria: il coro della Shaar Hashomayim, la sinagoga di Montreal un tempo presieduta dal bisnonno e dal nonno paterno, colonne portanti della comunità ebraica locale. Cohen cita in modo pressoché letterale il Kaddish. Fa girare il brano attorno alla parola «hineni», eccomi, la riposta di Abramo al Dio che gli chiede di sacrificare il figlio Isacco. A 82 anni, racconta un mondo che Dio vuole sempre più buio, descrive la fine della compassione e del senso di giustizia, e intanto fa i conti con l’età e la mortalità. Lo ha scritto tre mesi fa alla musa morente Marianne Ihlen: «Presto ti raggiungerò. Sappi che sono dietro di te, ti sono così vicino che non dovrai far altro che allungare la mano e toccare la mia». Abbiamo rischiato di non ascoltarla nemmeno, questa roba. Leonard Cohen aveva abbandonato le registrazioni del disco, vinto dal dolore provocato da fratture vertebrali multiple da compressione. È stato il figlio Adam, a sua volta cantautore, a convincerlo a tenere duro e fargli riprendere le session nella sua casa di Los Angeles, fra «esilaranti discussioni esoteriche alimentate dalla marijuana terapeutica», come raccontato su Maclean’s. «Capì», scrive il cantautore del figlio col quale collabora per la prima volta, «che la mia guarigione, se non la mia sopravvivenza, dipendeva dalla possibilità di tornare al lavoro». È stato Adam ad affiancare alle coriste che caratterizzano i dischi del padre il suono senza tempo di un ensemble maschile di quindici elementi che è stato ripreso due volte, per dare l’impressione di ascoltare un gruppo di trenta uomini. È stato lui a eliminare le programmazioni elettroniche degli album precedenti optando per un suono più “naturale”. Nessun lavoro di Cohen del nuovo millennio ha lo stesso equilibrio fra leggerezza e ponderosità, fra stile e intensità. Pare quasi di vederlo, Cohen, seduto su una poltrona medica mentre canta, o meglio recita queste canzoni. Lascia al produttore Patrick Leonard, al figlio e alla collaboratrice Sharon Robinson l’incombenza di scrivere le musiche di cinque dei nove brani dell’album. La voce sempre più bassa, arrochita ed espressiva è quella di un anziano che espone la sua età. L’aura d’autorevolezza e le sottigliezze della dizione sono pura aristocrazia pop. Cohen canta d’amore, compreso quello per una donna troppo giovane per lui, e poi nel trittico finale torna a riflettere sul tempo, la religione e la società, fra colori folk e di nuovo il coro della Shaar Hashomayim. Per essere un disco in cui si mette in dubbio l’esistenza di un disegno divino, in cui s’invita a farsi strada «fra le rovine dell’altare e il mall», You Want It Darker trasmette una strana sensazione di serenità. Se davvero fosse l’album conclusivo della storia di Leonard Cohen – non perché sia troppo malato per inciderne altri, ma perché come dice lui a una certa età ogni evento può scompaginare i piani – se davvero fosse l’ultimo, sarebbe un finale magnifico. Poi l'annuncio della morte e il conforto che Leonard Cohen si sia spento nel sonno. Leonard Cohen è morto nel sonno nella sua casa di Los Angeles dopo che le sue condizioni sono precipitate nel mezzo della notte. Lo ha rivelato il suo manager Robert B. Kory. «La morte è stata rapida, inaspettata e tranquilla» ha detto Kory, che con i dettagli resi noti ha fatto una prima luce sulla scomparsa del grande poeta e cantautore. Nessuna causa era stata indicata la scorsa settimana dalla casa discografica nel primo annuncio della morte sul sito internet dell’artista. Kory chiarisce ora anche la data della scomparsa, il 7 novembre, tre giorni prima che la notizia venisse resa pubblica. Cohen è stato poi seppellito a Montreal il 10 novembre, il giorno stesso dell’annuncio della morte, con una piccola cerimonia alla presenza dei familiari più stretti, i figli Adam e Lorca, e i tre nipoti Cassius, Viva e Lyon.

giovedì 13 ottobre 2016

martedì 7 giugno 2016

You Need Love e Whole Lotta Love

Whole Lotta Love è una delle più famose canzoni dei Led Zeppelin. Il brano si apriva con il riff più sentito della storia del rock quello di Jimmy Page (1969 Led Zeppelin II).  Non tutti sanno che quel brano è un rifacimento di “You Need Love”,  un blues scritto da Willie Dixon e interpretato da Muddy Waters. 1962 Il 45 originale è nella foto (dalla collezione Bluessuria).
Riguardo alla canzone, e alla conseguente disputa legale sui diritti d'autore, Robert Plant ha dichiarato: « Il riff di Page era il riff di Page. Era lì prima di qualunque altra cosa. Ho solo pensato "Beh, e adesso che faccio?" È stato un colpo di fortuna. Adesso ripagato profumatamente. All'epoca ci furono molte discussioni sul da farsi. Alla fine decidemmo che si trattava di un'influenza così vaga e remota nel tempo (erano già passati 7 anni) che… beh, ti pizzicano solo quando hai successo. Funziona così. »
La canzone contiene frasi di sesso esplicito, essa narra il desiderio di avere un rapporto con una ipotetica ragazza.
È l'unica canzone del gruppo ad essere uscita come singolo nel Regno Unito.
Nel 1966 gli Small Faces registrarono il brano con il titolo You Need Loving inserendola nel loro omonimo album di debutto. Parte del testo della versione dei Led Zeppelin fu tratto dalla canzone di Dixon. Il fraseggio vocale di Plant è particolarmente simile a quello di Steve Marriott nella versione degli Small Faces. Queste similitudini con You Need Love, nel 1985 portarono a una causa legale intentata ai Led Zeppelin, conclusasi con la decisione di un risarcimento in favore di Dixon per un importo imprecisato, anche se il copyright depositato alla ASCAP rimase immutato. Gli Small Faces non furono mai citati in giudizio da Dixon, sebbene You Need Loving sia tuttora accreditata ai soli  Ronnie Lane & Steve Marriott. Robert Plant, grande fan di cantanti blues e soul, ammette regolarmente l'ispirazione avuta da essi (nella foto Willie Dixon, Muddy Waters e Buddy Guy, durante le sessioni di Folksinger)

 


 

sabato 6 febbraio 2016

American Folk Blues Festival 1962

Il carrozzone europeo dell'American Folk Blues festival sembrava discograficamente parlando un capitolo chiuso. Dopo aver preso alcuni vinili e tutte le ristampe in cd e i dvd l'archivio apparentemente sembrava completo. Invece sbuca questo tripo cd. Ad Ottobre scopro la sua pubblicazione e a dicembre leggo la recensione di Matteo Bossi (Il Blues n. 133 dicembre 2015 ). Emozioni a fior di pelle dalla presentazione di Memphis Slim, che poi introduce l'insuperabile John Lee Hooker, al gran finale con Helen Humes, T-Bone Walker, Davor Kaifesh, Willie Dixon, Jump Jackson nel terzo cd. Una criticità? La gran plastica che riveste il tutto che non rende la bontà del recupero nei 3 cd...interessante il libricino di 24 pag all'interno.

martedì 29 settembre 2015

Hindi Zahra Silence

Minuta, il volto incorniciato dai lunghi capelli neri, le mani ricoperte dai suoi consueti anelli, dalla copertina del nuovo album la cantante e artista Hindi Zahra lancia uno sguardo difficile da interpretare. Hindi Zahra e la sua musica sfuggono alle classificazioni: nata in Marocco a Khouribga, da un padre militare e di discendenza tuareg e una madre musicista e artista, a 15 anni si trasferisce in Francia con il padre. Lavora prima al Louvre, scrive qualcosa come 50 canzoni e nel 2009 esordisce con un ep omonimo. L’anno dopo esce il suo primo album registrato in studio dal titolo Handmade, che contiene, tra le altre, la straordinaria Beautiful tango e in cui canta in francese, inglese, tamazight (una delle lingue ufficiali del Marocco) e in arabo marocchino. Handmade è un piccolo gioiello musicale: intimo, essenziale, leggero. Nel 2011 vince il premio Victoires de la musique per il migliore album nella categoria Musiques du monde. Ad aprile del 2015, cinque anni dopo Handmade, esce il suo secondo album in studio: Homeland, registrato tra un riad di Marrakesh e l’oceano di Essaouira, uno studio di registrazione parigino e la città spagnola di Cordoba, sulle orme della musica gitana. Nel frattempo fa un tour internazionale di più di 300 date; recita in due lungometraggi – il tedesco Il padre, diretto da Fathi Akin (sul genocidio degli armeni) e Itar el layl, della regista iracheno-marocchina Tala Hadid (sulla ricerca di un fratello scomparso che dal Marocco porta all’Iraq); partecipa all’album tributo per Nina Simone Au tour de Nina, e la critica internazionale la inserisce in paragoni musicali che vanno da Patti Smith a Beth Gibbons dei Portishead, dalle sonorità di Manu Chao a quelle di Norah Jones. Ma con Homeland, Hindi Zahra torna finalmente a casa: “Tornare in Marocco è stato un sollievo per me. Ho cominciato a viaggiare nel sud del paese, tra il deserto, le montagne e l’oceano. Questi elementi sono stati la vera espressione del movimento della vita e della sua potenza. Questo viaggio è stato la più pura forma di ispirazione per me”, mi dice la cantante in un’intervista. Senza giri di parole e senza etichette Situato all’estremo occidente dell’Africa, il Marocco è da sempre terra di frontiera tra universi culturali diversi ma allo stesso tempo vicini: fa parte del Maghreb arabo insieme a Libia, Mauritania, Algeria e Tunisia ed è compreso nel mondo arabo (che va, appunto, dalla costa atlantica del Marocco fino al golfo Persico). È allo stesso tempo affacciato a nord sul Mediterraneo, tra i paesi più vicini all’Europa occidentale (il tratto di mare che separa Tangeri dalla costa spagnola misura solo 14 chilometri), ma anche proteso nell’Atlantico. Le chiedo quanto c’è del Marocco in questo suo ultimo lavoro, e se le sue origini sono importanti per lei, nata lì ma vissuta quasi sempre in Francia: “Le radici sono le basi del nostro spirito, una parte della fonte della nostra immaginazione. Il Marocco è uno dei paesi culturalmente più interessanti perché è basato su elementi amazigh, berberi, africani e mediterranei che si intersecano e creano nuove lingue e nuove forme di espressione profondamente radicate nel tessuto del paese”. Ma le diatribe sociologiche non le interessano, me lo dice chiaramente e senza giri di parole: la musica è nomade, “ha sempre viaggiato”. E così in Homeland, un album più maturo, elegante e sofisticato di Handmade, il Marocco diventa terra di accoglienza delle musiche e dei generi del mondo, che si perdono e si confondono diventando un unico, nostalgico suono. Nelle undici tracce che lo compongono, quasi tutte dedicate all’amore, il pop lascia il posto al blues e al jazz e la bossa nova si mescola con i suoni dell’Andalusia, del Marocco, dell’Egitto, dell’India e della Giordania. Nato nel silenzio di un riad della medina di Marrakesh dove Hindi Zahra si era rifugiata dopo il tour precedente, Homeland trae la sua carica dalle grotte di Essaouira e Agadir, dalle passeggiate tra le montagne dell’Atlante in compagnia dei contadini berberi che scrutano l’oceano, nei pomeriggi passati in compagnia del musicista Rhani Krija, che le portava a bordo di un camioncino le percussioni con cui i due mischiavano e creavano ritmi marocchini, indiani, cubani. “Volevo un album più influenzato dalla natura e dalla meditazione, vibrante ma intimo allo stesso tempo”. Ed ecco che To the forces è un omaggio alle genti che abitano l’Atlante, accompagnato dalla ipnotica chitarra del musicista tuareg nigerino Bombino: “We tribes of the mountains / Dreamers close to the sky / Stars are no strangers / No strangers to the sun / We tribes of the oceans”; Un jour canta la nascita e la morte di un nuovo amore incontrato a Parigi, che lascia tristezza e malanconia; in Silence, in cui si mischiano i ritmi sudamericani, è la passione a far rinascere l’amore e la vita; Cabo Verde mescola il tamazight con il dialetto marocchino e l’inglese. Su tutte si staglia la voce calda, sinuosa e inconfondibile di Hindi Zahra che, da grande, dopo essere stata cantante, attrice e pittrice vorrebbe fare “l’insegnante di yoga”. Tanto perché le categorie, con lei, non servono a niente. Neanche quelle musicali: quando le chiedo se si rispecchia nell’etichetta di world music che le hanno affibbiato i critici internazionali (e che solitamente è assegnata ai musicisti non occidentali) mi risponde semplicemente: “Tutta la musica è world music”(estratto dall'Internazionale dell'8 settembre articolo di Chiara Comito).

giovedì 9 luglio 2015

Claud Johnson, figlio di Robert Johnson, è morto all'età di 83 anni

 

Claud Johnson, figlio del leggendario Robert Johnson, è morto all'età di 83
Suo padre è morto senza un soldo, all'età di 27 nel 1938, senza lasciare testamento.
Ma la costante crescita reputazione di suo padre ha generato milioni di dollari per la sua tenutaClaud Johnson - nella foto sopra, nel 2006 con il figlio Michele - per cercare di recuperare parte della sua eredità.
Il tribunale lo ha dichiarato unico erede nel 1998, facendo di lui un uomo ricco. Altri parenti hanno contestato la sentenza, ma il caso si è conclusa definitivamente presso la Corte Suprema del Mississippi dello scorso anno, che ancora una volta ha trovato in favore di Johnson.
Il mese scorso, il nipote di Stephen Johnson Johnson, ha fatto appello per il rock moderno e blues artisti per sostenere il Robert Johnson Blues Foundation per mantenere vivo il patrimonio di suo nonno.


venerdì 19 giugno 2015

lunedì 31 dicembre 2012

I conti di fine anno

Cosa ricordare di questo 2012? Non è stata un'annata indimenticabile ma qualcosa di buono c'è stato. Le pubblicazioni di Samuel James, Lurrie Bell, John Primer e Kelly Joe Phelps hanno reso interessante il blues acustico ed essenziale. Mentre tra gli ascolti già segnalati nel corso dell'anno ci ha regalato sicuramente qualche emozione in più la vecchia guardia di Dr.John per un lavoro "Locked Down", che con la complicità del genio, collaudato, di Dan Auerbach ha rinfrescato suoni apparentemente dimenticati. Sicuramente ho omesso qualche altra cosa di rielievo. E poi occorre segnalare il Blues fatto in casa, banalmente etichettato come Blues Made in Italy. Pertanto i lavori di Veronica Sbergia & Max De Bernardi, Mad Tubes, Nerves & Muscles, Paul Venturi e Francesco Piu...senza tralasciare progetti di valore come Mandolin Blues di Lino Muoio, non sono secondi a pubblicazioni d'oltreoceano. Per questo ultimo tema associato al blues della nostra penisola a cui Bluessuria dedica questa chiusura d'anno con uno slow "Statte Zitta", espressivo blues omaggio a tutte le donne,  interpretato con vigore dai Blue Stuff:

lunedì 29 ottobre 2012

Terry Callier Chicago, 24 maggio 1945 – Chicago, 28 ottobre 2012

Terry Callier ci ha lasciati. Bluessuria lo vuole ricordare - forse - con l'album più bello "The new folk sound of terry callier". Era il luglio del 1964 quando il giovane Terrence Orlando Callier aveva inciso a Chicago “The New Folk Sound”, una raccolta di rivisitazioni appartenenti alla tradizione popolare. Questo esordio vide la luce soltanto nel ’68 e restò immacolato nella leggenda della black music. Quella voce soul, morbida e sensuale, mescolata con soluzioni folk intrise di jazz, Africa e tanto blues (a lungo Callier aveva frequentato gli studi della Chess Records), unita alle nude vibrazioni di una chitarra acustica e alla presenza rifilata di due bassi (Terbour Attenborough e John Tweedle) diede vita ad un suono essenziale, elegante e intenso. Basta ascoltare, per convincersi immediatamente, l’opening track “900 Miles”, vigorosa rivisitazione di superba bellezza, o passare al toccante blues di “It’s About Time”, brani in cui è chiara la linea tracciata in questo straordinario esordio discografico. Suoni e malasorte comparabili (in quei tempi) oltreoceano soltanto ad un altro grande “incompreso” in termini di vendite come Nick Drake. Negli anni novanta la musica di Terry Callier è stata riscoperta tornando alla ribalta con nuove pubblicazioni tra cui il valido “Speak Your Face” (2002), eclettico album ricco di spunti in cui compare anche un duetto con Paul Weller, ma siamo abbondantemente lontani dalle semplici emozioni degli esordi. “The New Folk Sound Of Terry Callier” risplende attraverso una rimasterizzazione curata da Joe Tarantino e circola in una versione estesa con l’aggiunta di tre nuove tracce.

sabato 28 luglio 2012

Guilty! Jimmy Witherspoon e Eric Burdon

A volte ritornano sul vecchio giradischi...ecco una produzione ancora trascurata sul fronte delle ristampe e udite udite in una versione ancora inedita in un cd fedele in tutto e per tutto a quella del vinile. Esiste una versione del 2003 con una cover diversa sotto un titolo diverso "Black & White Blues". L'album "Guilty" rappresenta per storicità un incontro importante tra colori e sonorità diverse condivise attraverso le voci di Witherspoon e Burdon. L'espressiva copertina da sola merita 5 minuti di ascolto.  Non è facile reperire in condizioni ottimali  la versione originale in vinile di queste registrazioni brillanti. Il disco del 1971 risale al dopo "War", progetto che vide coinvolto Eric Burdon, infatti sono coinvolti  Lee Oskar e Harold Brown. Cinque tracce sono state registrate nella prigione di San Quentin , utilizzando Ike White e la  San Quentin Prison Band come back up.  Inoltre, le note di copertina che compaiono sul retro della copertina sono in realtà una poesia scritta nella cella 4-E-56, cella isolata a est di San Quentin  da Pence Wanger John, B-22334.
Data: 1971
Etichetta : MGM Records / Far Out Productions SE 4791
Art Director: Howard Miller
Foto di copertina: Michael Strauss
Liner Photo: Bob Gordon
Line up:
Eric Burdon: Vocals
Jimmy Witherspoon: Vocals
Bob Mercereau, Lee Oskar: Harmonica
Papa Dee Allen: Congas
Harold Brown, George Suranovich: Drums
Charles Miller: Tenor Saxophone
Howard Scott, John Sterling: Guitar
Lonnie Jordan, Terry Ryan: Piano, Organ
BB Dickerson, Kim Kesterson: bass



Side 1
Driftin'
Once upon a Time
Steamroller
The Laws Must Change
Have Mercy Judge
Goin' Down Slow

Side 2
Soledad
Home Dream
Headin' for Home
The Time Has Come


giovedì 5 gennaio 2012

Rory Gallagher Irish Tour 1974

La ristampa in dvd di queste  testimonianze live dello storico chitarrista irlandese ci riporta alla mente  momenti intensi  e qualche riflessioni sugli anni che viviamo...Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più viscerali ed energici della storia del Rock e quel periodo "IRISH TOUR", registrato nel 1974, è probabilmente la miglior testimonianza lasciata dall’artista alle nuove generazioni, indubbiamente il suo album definitivo, il manifesto della sua musica.  La Band a supporto era da urlo, fondamentale per la riuscita del suono:  Gerry McAvoy al basso, Lou Martin alle tastiere e soprattutto Rod de’Ath alla batteria... per una performance dove non mancava nulla c'era  cuore, passione, feeling, carisma, dedizione e tanta qualità. Rory morì nel 1995, a soli 47 anni, con la sua eterna faccia da ragazzino. Non ce la fece a sopportare una vita di eccessi alcoolici. L'intera Irlanda, dove era una specie di eroe nazionale, si fermò. La BBC mandò in diretta i suoi funerali. Come dimenticare la sua chitarra sverniciata, qualche aneddoto lo ricorda così con un sorriso: 
"L’uomo che ha cambiato la mia vita musicale è stato Rory Gallagher, ho preso in mano la chitarra per lui” Johnny Marr. C’è un racconto famoso della vita di Jimi Hendrix, quella in cui gli si chiedeva “Cosa ci si sente ad essere il più grande chitarrista del mondo “ Non lo so vai a chiederlo a Rory Gallagher” rispondeva Hendrix.
Provate a guardare i primi sette minuti del dvd:

domenica 8 maggio 2011

Robert Leroy Johnson (Hazlehurst, 8 maggio 1911 – Greenwood, 16 agosto 1938)

Celebriamolo Robert Johnson attraverso le sue incisioni o sul migliaio di riferimenti che hanno riempito i nostri ascolti...comunque vada sarà per sempre! Questo box, per pochi, potrebbe essere un oneroso alibi per rispolverarlo lasciando un po' di risparmi appesi alla leggenda del delta blues e celebrare i 100 anni dalla sua nascita 8 maggio 2011.

martedì 5 aprile 2011

lunedì 14 marzo 2011

Jamming With Edward


Perché non rispolverare qualcosa dal passato? Questo album non è sicuramente imperdibile ma resta una testimonianza significativa del percorso artistico di Jagger e soci.

Nel 1972, viene pubblicato un disco (Jamming with Edward) che raccoglie materiale inciso durante alcune jam session tra Cooder, Mick Jagger, Charlie Watts, Bill Wyman, e il pianista Nicky Hopkins (l'Edward del titolo, a lungo ritenuto una sorta di sesta "pietra" degli Stones). La session lascia però qualche strascico di polemica: Cooder accusa Richards di plagio, ma la questione non viene mai chiarita a fondo, anche per la reticenza di Cooder. “Jamming With Edward” fu registrato all’Olympic Studio di Londra durante le sessioni di “Let It Bleed” del 1969, e pubblicato su Rolling Stones Records nel 1972. Keith Richards evitò le sessioni per alcuni giorni per protestare contro la decisione del produttore Jimmy Miller di portare in Cooder a rinforzare le chitarre come Dave Mason ha fatto durante le sessioni di Beggars Banquet.  Raggiunse la posizione # 33 nelle classifiche degli Stati Uniti,  anche se non riuscì a raggiungere le classifiche del Regno Unito.E’ stato rimasterizzato e ristampato dalla Virgin Records nel 1994. Il cd non è di facile reperibilità (arriva a costare anche 50€ su ebay).L’album è una jam di 36 minuti, sembra un demo, una notte trascorsa a bere whiskey tra amici e a suonare blues, sgorgato ubriaco e pindarico. Per ascoltare l’attitudine nera delle pietre rotolanti, coinvolti nei loro 3/5 Mick Jagger, Charlie Watts, Bill Wyman.

domenica 6 febbraio 2011

Ricordando il boogie di Hadda Brooks

La cantante americana Hadda Brooks, chiamata la «Regina del boogie», in ascolto in questo periodo nelle stanze di Bluessuria. Easy Listening Blues con tanto boogie. La Brooks ha una  voce calda e roca, che  le aveva permesso perfino di battere quelle di Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan per avere la parte in un film con Humphrey Bogart. Aveva anche girato il mondo in tournée con gli Harlem Globetrotters. Consiglio il doppio album: "I've Got News for You" - può bastare per avere un essenziale selezione della produzione della pianista