martedì 29 settembre 2015

Hindi Zahra Silence

Minuta, il volto incorniciato dai lunghi capelli neri, le mani ricoperte dai suoi consueti anelli, dalla copertina del nuovo album la cantante e artista Hindi Zahra lancia uno sguardo difficile da interpretare. Hindi Zahra e la sua musica sfuggono alle classificazioni: nata in Marocco a Khouribga, da un padre militare e di discendenza tuareg e una madre musicista e artista, a 15 anni si trasferisce in Francia con il padre. Lavora prima al Louvre, scrive qualcosa come 50 canzoni e nel 2009 esordisce con un ep omonimo. L’anno dopo esce il suo primo album registrato in studio dal titolo Handmade, che contiene, tra le altre, la straordinaria Beautiful tango e in cui canta in francese, inglese, tamazight (una delle lingue ufficiali del Marocco) e in arabo marocchino. Handmade è un piccolo gioiello musicale: intimo, essenziale, leggero. Nel 2011 vince il premio Victoires de la musique per il migliore album nella categoria Musiques du monde. Ad aprile del 2015, cinque anni dopo Handmade, esce il suo secondo album in studio: Homeland, registrato tra un riad di Marrakesh e l’oceano di Essaouira, uno studio di registrazione parigino e la città spagnola di Cordoba, sulle orme della musica gitana. Nel frattempo fa un tour internazionale di più di 300 date; recita in due lungometraggi – il tedesco Il padre, diretto da Fathi Akin (sul genocidio degli armeni) e Itar el layl, della regista iracheno-marocchina Tala Hadid (sulla ricerca di un fratello scomparso che dal Marocco porta all’Iraq); partecipa all’album tributo per Nina Simone Au tour de Nina, e la critica internazionale la inserisce in paragoni musicali che vanno da Patti Smith a Beth Gibbons dei Portishead, dalle sonorità di Manu Chao a quelle di Norah Jones. Ma con Homeland, Hindi Zahra torna finalmente a casa: “Tornare in Marocco è stato un sollievo per me. Ho cominciato a viaggiare nel sud del paese, tra il deserto, le montagne e l’oceano. Questi elementi sono stati la vera espressione del movimento della vita e della sua potenza. Questo viaggio è stato la più pura forma di ispirazione per me”, mi dice la cantante in un’intervista. Senza giri di parole e senza etichette Situato all’estremo occidente dell’Africa, il Marocco è da sempre terra di frontiera tra universi culturali diversi ma allo stesso tempo vicini: fa parte del Maghreb arabo insieme a Libia, Mauritania, Algeria e Tunisia ed è compreso nel mondo arabo (che va, appunto, dalla costa atlantica del Marocco fino al golfo Persico). È allo stesso tempo affacciato a nord sul Mediterraneo, tra i paesi più vicini all’Europa occidentale (il tratto di mare che separa Tangeri dalla costa spagnola misura solo 14 chilometri), ma anche proteso nell’Atlantico. Le chiedo quanto c’è del Marocco in questo suo ultimo lavoro, e se le sue origini sono importanti per lei, nata lì ma vissuta quasi sempre in Francia: “Le radici sono le basi del nostro spirito, una parte della fonte della nostra immaginazione. Il Marocco è uno dei paesi culturalmente più interessanti perché è basato su elementi amazigh, berberi, africani e mediterranei che si intersecano e creano nuove lingue e nuove forme di espressione profondamente radicate nel tessuto del paese”. Ma le diatribe sociologiche non le interessano, me lo dice chiaramente e senza giri di parole: la musica è nomade, “ha sempre viaggiato”. E così in Homeland, un album più maturo, elegante e sofisticato di Handmade, il Marocco diventa terra di accoglienza delle musiche e dei generi del mondo, che si perdono e si confondono diventando un unico, nostalgico suono. Nelle undici tracce che lo compongono, quasi tutte dedicate all’amore, il pop lascia il posto al blues e al jazz e la bossa nova si mescola con i suoni dell’Andalusia, del Marocco, dell’Egitto, dell’India e della Giordania. Nato nel silenzio di un riad della medina di Marrakesh dove Hindi Zahra si era rifugiata dopo il tour precedente, Homeland trae la sua carica dalle grotte di Essaouira e Agadir, dalle passeggiate tra le montagne dell’Atlante in compagnia dei contadini berberi che scrutano l’oceano, nei pomeriggi passati in compagnia del musicista Rhani Krija, che le portava a bordo di un camioncino le percussioni con cui i due mischiavano e creavano ritmi marocchini, indiani, cubani. “Volevo un album più influenzato dalla natura e dalla meditazione, vibrante ma intimo allo stesso tempo”. Ed ecco che To the forces è un omaggio alle genti che abitano l’Atlante, accompagnato dalla ipnotica chitarra del musicista tuareg nigerino Bombino: “We tribes of the mountains / Dreamers close to the sky / Stars are no strangers / No strangers to the sun / We tribes of the oceans”; Un jour canta la nascita e la morte di un nuovo amore incontrato a Parigi, che lascia tristezza e malanconia; in Silence, in cui si mischiano i ritmi sudamericani, è la passione a far rinascere l’amore e la vita; Cabo Verde mescola il tamazight con il dialetto marocchino e l’inglese. Su tutte si staglia la voce calda, sinuosa e inconfondibile di Hindi Zahra che, da grande, dopo essere stata cantante, attrice e pittrice vorrebbe fare “l’insegnante di yoga”. Tanto perché le categorie, con lei, non servono a niente. Neanche quelle musicali: quando le chiedo se si rispecchia nell’etichetta di world music che le hanno affibbiato i critici internazionali (e che solitamente è assegnata ai musicisti non occidentali) mi risponde semplicemente: “Tutta la musica è world music”(estratto dall'Internazionale dell'8 settembre articolo di Chiara Comito).

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