domenica 1 febbraio 2009

Blue Stuff: l'Intervista


Meglio tardi che mai. Pubblico questa intervista integrale, direi meglio una lunga chiacchierata, realizzata qualche mese con Mario Insenga, leader storico dei Blue Stuff. Ho allegato qualche foto, anche un po’ datata, pescata nell’album di famiglia e testimonianza delle ventennale amicizia con Mario.
Buona lettura...mi chiedo, ma riuscirete ad arrivare fino alla fine dell’intervista?


Napoli città del sole e della pizza, della “munnezza”, una bandiera che sventola sempre bene tra le notizie dei media, soprattutto quando non sanno cosa raccontare, del “o’ sistema” tanto decantato dai racconti di Roberto Saviano e dalle crude pellicole di Sorrentino. Napoli anche porto di suoni, contaminazioni, colori, fermento, ritmi e in questo sa essere per tradizioni e scuola unica in Italia e, permettetemelo, nel mondo. Napoli non solo capitale del rumore, del traffico impazzito “o burdell”, ma madre di melodie e sperimentazioni, qui si suona tanta musica e si riesce a trovare anche del blues, quello verace, vitale dei Blue Stuff, un po’ disubbidiente, squattrinato, indipendente, legato alla tradizione più autentica. I Blue Stuff rappresentano una delle realtà storiche di questa città, sempre “on the road” anche se in differenti forme da quasi trent’anni e sfido a trovare in Italia band che sappia fare altrettanto senza fermarsi alla gloria, alla serata del dopo lavoro e al traguardo del primo unico album. In vista della pubblicazione del nuovo album “...altra gente...altro blues”e alla vigilia di un rovente ferragosto ho incontrato Mario Insenga, fondatore e trascinatore dei Blue Stuff, presso la Feltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli. Più che un intervista una lunga chiacchierata tra vecchi amici.


14 agosto ore 16:20 Feltrinelli Piazza dei Martiri Napoli

-Come nasce il titolo del nuovo album“...altra gente...altro blues”?

R: Può significare svariate cose innazitutto mi piace sempre ironizzare da bravo napoletano e c’è un espressione che è possibile trovare nell’introduzione del cd , che semplifica bene il concetto: e rende meglio l’idea “Chella è ‘ata gente!. In effetti alludo e cito i grandi bluesman, da Lightnin’ Hopkins a Roosevelt Sykes e molti altri. Come in passato ho citato Tommy Johnson in “Blues della strada” (da “Roba Blues”, 1999, il Blues numero 70), mi ritrovo ancora ad esprimere attraverso citazioni gli insegnamenti dei grandi, può essere un semplice riff di chitarra preso e riportato in un nostro brano o un verso, che i più attenti potranno riconoscere. Noi siamo musicisti di blues e difficilmente potremmo competere con la statura dei grandi maestri che hanno fatto la storia del blues. Un’altra chiave di lettura è riconoscibile nei musicisti. Oggi occorre quasi giustificare l’assenza di alcuni musicisti e spesso da parte del pubblico si chiede di suonare come i grandi, ma la vita è così allora c’erano dei musiciti che suonavano il blues, oggi ci sono altre persone che lo fanno...quindi altra gente, altro blues. Come dire un altro modo di suonare, perchè sarebbe da stupidi pensare di far suonare il nuovo elemento inserito così come quello che avevi prima...anzi in prima persona ho sempre cercato di inventarmi qualcosa di nuovo. Ho avuto nella band un violino, un violoncello, un clarinetto, un clarinetto basso e oggi ho una fisarmonica che secondo me, in una situazione musicalmente sana e con delle prospettive, varebbe la pena contarci tantissimo. E’ difficile trovare in giro una formazione che usa ritmicamente national, mandolino e fisarmonica.

- Tra l’altro abbastanza atipica per il Made in Italy abituata ad una formazione stereotipata, quindi il concetto “altra gente...altro blues” può essere anche riferito al blues nostrano?

R: Assolutamente, noi siamo bravissimi a scimmiottare i grandi, quella è altra gente ed è inutile paragonarci magari mettendoci il cappello e indossando gli stivali, come recitava l’articolo spaghetti blues (articolo di Antonio Gramentieri pubblicato su Musica diversi anni fa, allora settimanale del quotidiano “La Repubblica”), così credere di suonare come i maestri, e questo in fondo ci rende solo molto ridicoli e poco rispettosi verso la tradizione blues.

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