domenica 1 febbraio 2009



- domanda da rituale quali sono i 5 album di Blues, che porteresti con te sull’isola deserta?


R: Non è semplice, avrei bisogno di rifletterci un po’ su per avere il quadro completo.Provo a mettere ordine. Mi è più facile partire dal contemporaneo e preferirei indifferentemente uno dei due dischi blues di David Johansen and The Harry Smiths (“l’omonimo” del 2000 e il successivo “Shaker” 2002). Quella è stata la sintesi migliore che abbia mai ascoltato, dalla scelta dei brani, mai banale, all’arrangiamento stratosferico, stupendo, perfetto. Nell’arraggiamento c’è il rispetto della tradizione, non ha preso un brano e l’ha rifatto elettrico stravolgendolo, ma l’ha preso rispettando la tradizione fornendo una patina di modernità. Quello che è veramente il blues per me. Il blues vero quello, pre-bellico, quello che ha gettato le basi di tutto, quello ingenuo, innocente, vero al 100% in questo senso intendo dire, ci ha insegnato che c’èra un patrimonio comune al quale tutti attingevano, “Pony Blues” è di Son House o Charlie Patton o di centinai di altri musicisti del blues del delta...no, è di tutti!... e se solo si hanno i cosidetti attributi si può aggiungere qualcosa. Allora c’erano i floating verses, i versi fluttuanti, che facevano il patrimonio comune. La forza dei bluesman era di aggiungere qualcosa a questo patrimonio e la differenza era nell’interpretazione, poteva essere anche uguale alla melodia, sicuramente Patton non era Son House e questi ultimi non erano Tommy Johnson, la poesia pura, o Willie Brown, che ci ha dimostrato di essere il più grande con soli due brani che conosciamo. Questa era gente grande che faceva vero blues attingendo al patrimonio comune e aggiungeva qualcosa di significativo. Oggi si tende a prendere dal blues e a scimmiottare un modello, a vestire in un certo modo lasciando prevalere l’estetica. Poi non posso omettere di considerare un album di Muddy Waters, l’università del blues, qualsiasi incisione del periodo in cui ha portato il blues di campagna in città (si allude alle prime incisioni Chess Records). Andando a ritroso non escluderei Tommy Johnson, in cui la poetica del delta blues raggiunge la massima espressione, c’è una rilassatezza, una dolcezza atipica del blues del delta rispetto alla violenza di un Patton, di un Willie Brown, o alla mano nel fuoco di Son House. Poi ovviamente Robert Johnson, che rappresenta il blues che si suona ancora oggi, lui ha tenuto la capacità di essere l’anello di congiunzione al patrimonio comune delle origini al blues di chiunque lo suoni oggi. Robert Johnson ha elaborato una capacità di sintesi strepitosa, codificando il blues e riproducendo uno stile inconfondibile. Infine chiudendo il cerchio proporrei un disco di Jimmy Reed, lui è stato la sistematicità del blues, la monotomia, quel lamento nella voce. La voce da cantilena, l’ossessività, il blues fatto in un solo verso, quella formula è la magia che solo gli appassionati di blues riescono a riconoscergli, quella ripetitività che caratterizza il blues delle origini.

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