mercoledì 30 luglio 2008

27 Luglio Lucca Leonard Cohen (...non c'ero)



Leonard Cohen: una voce dal profondo
A 74 anni il musicista torna a suonare dal vivo


dal Messagero
LUCCA (29 luglio) - E’ magica la notte di Leonard Cohen, guru della musica sbucato dal mare di un silenzio prolungato alla rispettabile età di 73 anni (che a settembre saranno 74). Sarà quella voce che sembra venire dal profondo, sarà l’imperturbabilità compiaciuta della propria lentezza, mentre si specchia in un’eleganza fatta di pochi tocchi, di sussurri, di suoni centellinati, puri come cristalli. Ci vuole davvero un maestro per un autocontrollo così sublime. Ci vuole, forse, un’astinenza così lunga (quindici anni) per arrivare a tanta, assoluta sobrietà. E ci vuole un lungo allenamento spirituale (il prolungato ritiro in convento) per incantare a tal punto, per trovare simile equilibrio. Tre ore di musica leggera e potente, schiaffo esemplare a tanti inutili schiamazzi, a tanti finti spettacoli di luci e suoni. Il guru è un oggetto non identificabile, un intervallo sospeso nel tempo della musica che corre, con il suo elogio della lentezza e quella voce così calda e così terrena che trasmette la sicurezza che viene dalla certezza delle idee.

Eccolo, allora, di nuovo in pista, mentre sussurra le sue canzoni per tre ore filate. Canta, si inginocchia, saltella quando esce di scena e quando rientra, c’è anche una ironia sottile quando dice, fermando la musica: «Ho trovato la chiave dopo tanto cercare nella filosofia e nella religione, volete sapere la risposta che mi si è rivelata? Eccola». E il coro intona «du dan dan da, du du dan dan» epica chiusura di Tower of song, uno dei gioielli del suo repertorio. E chissà che, con quel piccolo gioco, il guru non voglia far capire di aver ritrovato fino in fondo il gusto di far musica. Sorride Cohen, svelando il suo volto affilato solo quando alla fine di ogni pezzo si leva il cappello per ringraziare dell’accoglienza che riceve la sua preziosa mercanzia musicale. La piazza di Lucca è piena zeppa (e ricca di ospiti, perfino Beppe Grillo è stato rabbonito da tanta clamorosa bellezza) per quest’ultima suntuosa puntata del Summer festival di D’Alessandro & Galli e si lascia stregare da quell’incantatore (che ieri sera ha ripetuto la sua funzione nella Cavea dell’Auditorium romano e il 23 ottobre tornerà per esibirsi a Milano). Un rito che prende il via dalle note della deliziosa Dance to the end of love, dove la voce baritonale si impasta in un arrangiamento sottilmente klezmer.

L’orchestra sfodera un accompagnamento impercettibile: la batteria che usa soprattutto le spazzole, l’organo hammond che aggiunge brevi tocchi sanguigni, il fantastico chitarrista spagnolo, Javier Mas che esibisce con discrezione una vera collezione di mandole e chitarre spagnole, il formidabile multistrumentista, Dino Soldo, che passa dal sax al clarino all’armonica all’Ewi (uno strumento a fiato elettronico), il bassista Roscoe Beck, che è il caporchestra, e le tre coriste guidate da Shannon Robinson, collaboratrice fidata dell’ultimo Cohen. Ecco The future, ballata rock storica (era in Natural born killers di Oliver Stone) che canta: «Ho visto il futuro ed è solo delitti». Ecco Bird on the wire, Everybody knows, quasi un mantra con il verso che dà il titolo ripetuto all’infinito, Who by fire che offre un assolo di chitarra. Ecco il capolavoro Suzanne, condita al minimo: chitarra e piccoli accenni del coro e un bass clarinet. Trova spazio la brava Shannon Robinson in Boogie street, mentre Halleluja ha il sapore di una preghiera soul condita dall’Hammond, con Cohen che si inginocchia. C’è ancora spazio per Democracy, per So long Marianne, per la potente First we take Manhattan, per Sister of mercy. Vorrà dire che un giorno bisognerà ringraziare l’ex manager che gli ha ripulito i conti bancari, spingendolo di nuovo nella mischia.





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